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principali riguardanti l'HIV

L’AIDS è causato dal virus HIV, che, una volta introdotto nel corpo umano, causa un progressivo indebolimento delle difese immunitarie, rendendo l’organismo incapace di difendersi dalle infezioni.

Il virus HIV si insedia nell’organismo umano attraverso uno dei comportamenti definiti “a rischio” e si moltiplica rapidamente diffondendosi in tutti i tessuti dell’organismo.

Il virus non si manifesta in alcun modo: non è assolutamente “visibile” dall’esterno e non provoca solitamente effetti immediati.

È possibile individuarlo solo attraverso un apposito esame del sangue, che si esegue su una frazione del sangue chiamata “siero”: il test Elisa (o gli analoghi test CLIA, ELFA, MEIA) consiste in un normale prelievo di sangue che, analizzato, diagnostica la presenza o meno dell’infezione da Hiv.

Perché in Italia la diffusione del virus è ancora così alta? L’assenza di sintomi, associata al potenziale rischio di contagio verso altri, è una delle cause principali della diffusione del virus. Una valida arma per frenare la diffusione del virus è, insieme alla prevenzione, la diagnosi precoce: se un individuo ritiene di essersi esposto ad un comportamento a rischio è tenuto ad effettuare il test al più presto.

Quanto tempo passa prima che si sviluppi la malattia conclamata (AIDS)? Il virus si insedia nell’organismo e per circa 8-10 anni, mediamente, non produce effetti evidenti: solo dopo questo lungo periodo, il virus mina in modo significativo il sistema immunitario, al punto che quest’ultimo non è più in grado di difendersi da quelle infezioni opportunistiche che, in assenza del virus, sarebbe in grado di debellare con facilità. Solo in questo momento, diagnosticata un’infezione di una certa gravità, il medico conclama la malattia e il soggetto è dichiarato malato di AIDS. In assenza di terapie, l’organismo umano è in grado di difendersi ancora per uno o due anni prima di soccombere.

In che modo quindi il virus si può diffondere da una persona all’altra?

Il contagio si verifica solo nel caso in cui il virus entri direttamente nella circolazione sanguigna

Perché ciò avvenga, i liquidi biologici infettanti devono penetrare nell’organismo attraverso una ferita, un abrasione o un’infiammazione cutanea della persona ricevente. È opportuno precisare che la pelle integra è una garanzia di protezione.

Sostanzialmente, questo avviene attraverso tre vie: i rapporti sessuali (via sessuale) lo scambio di sangue (via ematica) da madre a figlio durante la gestazione e il parto (via verticale o transplacentare).

Durante un rapporto sessuale, il virus passa da un individuo all’altro quando lo sperma o le secrezioni vaginali infette entrano in contatto con le mucose, soprattutto se esse presentano una lacerazione, un’abrasione, un tessuto infiammato, dell’individuo ricevente. Il rischio di contagio è presente quindi nei rapporti sessuali vaginali ed anali indipendentemente dalla natura dei rapporti tra i partner, etero/omosessuali. Rispetto ai rapporti oro-genitali, vi è unanimità di pensiero sul fatto che quelli “ricevuti” non siano a rischio. Rispetto a quelli praticati, si considera un rischio teorico (soprattutto in caso di eiaculazione in bocca) e si consiglia di proteggersi e/o fare il test. Va detto che non si rilevano particolari evidenze scientifiche di tale rischio. Il test, in ogni caso, toglie qualsiasi dubbio.

È facile infettarsi attraverso il sangue? Per quanto concerne la via ematica, il rischio statisticamente rilevante è quello che riguarda lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti. Decisamente meno rilevante è l’evento accidentale (incidente automobilistico, colluttazione, etc.). Tra le possibili cause di contagio bisogna anche considerare quelle che possono avvenire in ambito sanitario (operazioni chirurgiche, interventi odontoiatrici, trasfusioni) o estetico (tattooing, piercing, etc.). Va detto che l’adozione delle corrette misure di prevenzione igienico sanitaria annulla tali rischi. Per le trasfusioni il rischio è ormai nullo nei paesi occidentali, mentre per tutte le altre cause esiste tuttora un rischio teorico.

Una donna con HIV può avere figli sani? Nel passato il contagio si verificava circa nel 20-25% dei casi; ora, se è nota l’infezione materna, con le terapie, una serie di attenzioni durante il parto e l’allattamento artificiale del bimbo, la probabilità che il nascituro si contagi è minore dell’1%. È importante osservare che un bimbo nato da madre sieropositiva è sempre sieropositivo alla nascita poiché possiede gli anticorpi che la madre gli ha ceduto insieme al suo patrimonio immunologico. Se il nascituro non ha il virus, dopo un certo periodo di tempo (12 – 14 mesi) gli anticorpi decadono e scompaiono: in questi casi si suole dire che il bimbo si è “sieronegativizzato”. Se invece il neonato è stato infettato dal virus, allora il livello degli anticorpi rimane alto, dato che tali anticorpi vengono continuamente generati dall’organismo del bimbo stesso.

Liquidi biologici interessati da virus dell’HIV
Il virus HIV è presente in tutti i liquidi dell’organismo. Però solo alcuni di questi sono potenzialmente infettanti. I liquidi biologici che possono trasmettere il virus sono: il sangue, le secrezioni vaginali, lo sperma, il liquido preiaculatorio. Negli altri liquidi il virus è comunque presente ma con un concentrazione e con una carica aggressiva tali da non provocare il contagio e questo é scientificamente provato; in altre parole la saliva, le lacrime, l’urina e il sudore non sono in grado di provocare il contagio.

La prevenzione dal contagio per via sessuale si ottiene solo con l’astensione, con la fedeltà continua oppure con il profilattico. Usando l’acronimo inglese si parla di strategia ABC, ossia Abstinence, Be faithfull, Condom, a cui recentemente è stata aggiunta la D di Drugs. Il termine è inteso come farmaci: la persona consapevole di avere contratto l’infezione che si cura adeguatamente difficilmente trasmetterà il virus ad altri poiché i farmaci bloccano la replicazione virale e azzerano la presenza del virus nei liquidi biologici potenzialmente in grado di trasmettere l’infezione. Qualsiasi altra forma di difesa (anticoncezionali diversi dal profilattico, coito interrotto, etc.) non è assolutamente valida per prevenire dal contagio. Se si sceglie il profilattico, questo deve avere alcune caratteristiche, deve infatti essere: di qualità; conservato in luogo idoneo (non nel portafogli o al sole sul cruscotto della macchina); utilizzato prima della data di scadenza; indossato dall’inizio del rapporto; utilizzato una sola volta; utilizzato senza lubrificanti (burro o vaselina) che ne possono alterare le caratteristiche fisiche di elasticità e impermeabilità. È bene precisare che il profilattico si può rompere durante il rapporto e, in quel caso, va effettuato il test.

Comunque, l’uso costante del profilattico è la forma di prevenzione più semplice ed efficace. Prima di avere rapporti non protetti è consigliabile che entrambi i partner effettuino il test. La fedeltà a quel punto protegge dal virus, ma ciò comporta rispetto, onestà e senso di responsabilità reciproci.

In tutti i casi in cui non sia disponibile il profilattico e/o non vi sia certezza sulla propria e altrui salute rispetto all’infezione da HIV, meglio astenersi dal rapporto a rischio.

La prevenzione dal contagio per via ematica è molto semplice: basta astenersi dal toccare il sangue, oppure premunirsi di guanti in lattice monouso; nel caso dei tossicodipendenti, l’uso di siringhe monouso è sufficiente per azzerare la probabilità di contagio. In ogni caso, la pelle integra è una barriera insuperabile per il virus.

Infine, il contagio per via verticale può essere ben prevenuto applicando le più recenti tecniche e procedure e, soprattutto, applicando al più presto la terapia. Per questo motivo è consigliabile che tutte le donne in gravidanza si sottopongano al test.

Il test è fortemente consigliato a tutte quelle persone che ritengono di aver avuto un comportamento a rischio.

Se il comportamento non è a rischio è inutile fare il test.

Nel caso in cui i dubbi permangano oppure non ci si senta tranquilli, consigliamo di approfondire la questione con un medico, il quale eventualmente consiglierà il test.

È possibile accorgersi di essersi infettati senza fare il test?
L’individuo HIVpositivo non ha modo di accorgersi del suo stato, se non attraverso il test: la presenza del virus, infatti, è del tutto asintomatica, cioè priva di sintomi. Il soggetto HIVpositivo è peraltro contagioso: attraverso un comportamento a rischio può infatti trasmettere il virus ad altri, a partire dal momento stesso del suo avvenuto contagio.

Il test è un semplice prelievo di sangue e può essere effettuato seguendo la prassi applicata per tutti gli esami di laboratorio: è sufficiente recarsi dal proprio medico, richiedere la prescrizione del test per l’HIV, recarsi presso un qualsiasi laboratorio pubblico o privato ed effettuare il prelievo pagando il ticket.

Solitamente sono disponibili procedure alternative che, oltre a garantire la privacy, sono gratuite.

A Bergamo, per esempio, l’ATS mette a disposizione un servizio anonimo e gratuito in alcuni distretti sanitari territoriali (scarica volantino). Analogamente, l’Ospedale Papa Giovanni XXIII mette disposizione un servizio simile presso l’ambulatorio delle malattie a trasmissione sessuale (info su orari MTS 0352673722).

I test comunemente utilizzati in Italia sono Elisa e ComboTest.

Elisa è un test di terza generazione, che non ricerca direttamente  il virus, ma gli anticorpi da esso prodotti. Esiste dunque un periodo cosiddetto Finestra, in cui il test può risultare negativo nonostante l’avvenuta infezione. Si consiglia pertanto di non sottoporsi al test prima di un mese e di ripeterlo in caso di negatività dopo tre mesi dall’evento a rischio.

I test di quarta generazione o Combotest oltre a cercare gli anticorpi rilevano contemporaneamente la presenza di una particolare proteina, l’antigene P24, che compare e aumenta di molto già dopo pochi giorni dall’avvenuto contatto, abbattendo quindi la lunghezza del Periodo Finestra. Questo tipo di test è considerato affidabilissimo già ad un mese, e le indicazioni del Ministero indicano in 40 giorni l’intervallo in cui ripetere il test in caso di negatività.

In caso di positività al test Elisa o al test combinato, si esegue il Western Blot che è un test di II livello o di conferma.

Esistono anche test rapidi che consentono di rilevare nel giro di una ventina di minuti l’eventuale contagio, prelevando alternativamente una piccola quantità di sangue oppure di saliva. Molte delle associazioni di attivisti propongono iniziative di somministrazione di test rapidi salivari nelle loro sedi oppure in alcuni luoghi considerati strategici nella lotta alla diffusione del virus, accompagnandolo da un’attività di pre e post counselling che mira ad intercettare immediatamente le criticità qualora un utente si scopra positivo, ma anche a diffondere maggior consapevolezza dei rischi e delle modalità di prevenzione.

Da dicembre 2016, è possibile eseguire un self test a casa propria, acquistando il kit nelle farmacie italiane. Richiede il prelievo di una goccia di sangue dal dito e la lettura è molto simile ad un test di gravidanza. Il costo si aggira intorno ai 20 euro. In questo caso, viene meno la preziosa funzione del counselling.

Comunque, in ogni caso di positività dei test rapidi, la persona deve recarsi in un centro di malattie infettive per sottoporsi ad un test di conferma e per farsi prendere in carico dai medici.

I farmaci attualmente disponibili permettono arrestare l’attività del virus (replicazione virale) ed evitare la comparsa dei sintomi della malattia vera e propria, l’AIDS. In molti casi, essi hanno anche avuto come effetto la regressione dallo stato di AIDS a quello di sieropositività asintomatica.

Mentre da un lato è indubbio il salto di qualità terapeutico garantito da questi farmaci, soprattutto di recente generazione, dall’altro è da rimarcare alcuni limiti che essi hanno evidenziato.

Uno dei limiti maggiori sono gli effetti collaterali, talvolta fastidiosi e difficili da tollerare per alcuni individui. Inoltre, una caratteristica della terapia è quella di essere composta da più farmaci da assumere più volte nell’arco della giornata, anche se negli ultimi anni, i progressi della ricerca farmacologica hanno consentito di semplificare notevolmente anche questo aspetto. Infine, la terapia deve essere assunta con molta costanza ed attenzione; la sua interruzione, soprattutto se ripetuta, può provocare lo sviluppo di resistenze da parte del virus, rendendo inefficace l’assunzione di quei farmaci e, se è vero che vi sono varie alternative farmacologiche, le possibilità non sono infinite.

Come già sottolineato, l’assunzione corretta dei farmaci e l’azzeramento della viremia (tendenza del virus a replicarsi) riduce ma non elimina totalmente, il rischio di contagiare altre persone. Per le conoscenze attuali, sembra ancora impossibile eradicare completamente il virus una volta che esso ha contagiato l’organismo di una persona. Molti studi e sperimentazioni sono in atto per raggiungere questo obiettivi.

I protocolli terapeutici attuali prevedono che la terapia abbia sostanzialmente inizio sin dal momento della prima diagnosi al fine di prevenire qualsiasi danno al sistema immunitario e per garantire maggiore efficacia delle terapie anche nel lungo periodo.

Per quanto riguarda la messa a punto di un vaccino, i tempi sembrano ancora lunghi e attualmente non si hanno certezze rispetto alle possibilità di raggiungere questo risultato.

Fin dalla sua comparsa l’Aids si è configurato come un fenomeno complesso le cui implicazioni sono andate ben oltre il confine sanitario, investendo in pieno la sfera sociale e quella dei diritti.

Essere persone positive all’Hiv o malate di Aids ha voluto dire, troppo spesso, essere costrette a nascondersi, subire discriminazioni in ogni campo della vita e vedersi negati i diritti di cittadinanza.

Per contrastare questo pesante clima di discriminazione è stata varata nel 1990 la Legge 135, nella quale si afferma che la positività all’Hiv non può essere motivo di licenziamento, che il test dell’Hiv non può essere richiesto per le assunzioni, né svolto all’insaputa della persona interessata. Si è voluto cioè ribadire, attraverso la Legge 135/90, il principio costituzionale a non subire discriminazioni per motivi di salute.

Oggi, a distanza di tanti anni, l’Hiv fa forse meno paura ma lo stigma è ancora troppo numerose sono le segnalazioni da parte di persone che vivono con l’Hiv e che, in molti casi, denunciano discriminazioni subite nel mondo del lavoro.

In ambito lavorativo non c’è rischio specifico di trasmissione del virus Hiv.

Laddove sussistano dei rischi professionali, la legge già prevede l’obbligo per il datore di lavoro (lo stesso vale per gli ambienti scolastici) di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei propri dipendenti (ad esempio guanti e mascherina per operatori sanitari). L’adozione di precauzioni a carattere universale tutela tutti i lavoratori da ogni genere di rischio connesso all’attività lavorativa; non si tratta quindi di misure specifiche per l’Hiv da adottare solo in presenza di persone con Hiv. Per questo è irrilevante conoscere lo stato sierologico di un dipendente, di un collega (come di un bambino con HIV inserito a scuola).

I Ministeri della Salute e del Lavoro hanno emanato nel 2013 una circolare per rispondere ufficialmente alle numerose richieste di chiarimento in merito alla legittimità di richiedere il test Hiv ai lavoratori. In questa circolare si sottolinea che l’Hiv non si trasmette attraverso il contatto occasionale e che la presenza sul luogo di lavoro di persone con Hiv non è un rischio per la sicurezza; viene inoltre ricordato che, laddove sussista un rischio professionale, vi è l’obbligo di adottare precauzioni di carattere universale.

Il test Hiv non può dunque essere richiesto indiscriminatamente a tutti i lavoratori.

Eventuali norme specifiche di settore, che richiedano l’accertamento della negatività all’Hiv come condizione di idoneità ad uno specifico servizio (ad esempio presso le forze militari), devono essere motivate da una effettiva condizione di rischio nei confronti di terzi. Per evitare possibili abusi, tale rischio deve essere verificabile, avvalorato dalle conoscenze scientifiche più avanzate e valutato caso per caso anche in relazione alla qualifica professionale e alle condizioni di salute del singolo lavoratore. In tutti i casi vi è l’obbligo di fornire al lavoratore adeguate informazioni sul significato degli accertamenti sanitari e di ottenere il suo consenso al test Hiv.

Un ambito in cui si assiste ancora a discriminazioni più o meno evidenti è, paradossalmente, quello sanitario, per esempio in caso di cure odontoiatriche o esami particolari di tipo invasivo (gastroscopia, endoscopia, ecc.) non tanto rifiutando in modo esplicito le cure quanto inserendo le persone con HIV in giorni speciali o alla fine degli interventi di giornata; si tratta di atteggiamenti illegittimi e assurdi in quanto, tra l’altro diverse persone con HIV non sono consapevoli della propria condizione. Le precauzioni vanno prese sempre e con tutti.

Anche in ambito scolastico è illegittimo chiedere il test per HIV, divulgare informazioni sull’eventuale infezione da HIV di un bambino o limitarne in qualunque la possibilità di frequenza scolastica e partecipazione ad attività di qualsiasi genere.

HIV & AIDS: i numeri

"L’epidemia globale di HIV/AIDS è una crisi senza precedenti che richiede risposte senza precedenti. In particolare ci richiama alla solidarietà – tra sani e malati, tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra nazioni ricche e nazioni povere. Abbiamo già 30 milioni di orfani. Quanti ne servono ancora per svegliarci?"
-Kofi Annan-

L'AIDS in Italia

Persone malate di AIDS dichiarate

Persone decedute a causa di AIDS

Stima totale di persone con HIV/AIDS

Di AIDS ci si continua ad ammalare (1.000 nuovi casi di AIDS in fase conclamata circa all’anno negli ultimi anni) e morire (più di 600 decessi nel 2010 ultimo anno di cui si possiede un dato certo). Le nuove diagnosi riscontrate negli ultimi anni in Italia sono state circa 4000 all’anno attribuibili, in più dell’80% dei casi a rapporti sessuali (eterosessuali 43%, omosessuali 38%). Il 25% circa sono stranieri, 1.000 circa sono residenti in Lombardia (25% del totale).

Circa il 60% delle persone scopre di essersi contagiato troppo tardi: si tratta di persone che si sono infettate anche diversi anni prima, non hanno potuto beneficiare delle terapie al momento opportuno e possono aver infettato altri in modo più o meno inconsapevole. Vale la pena ricordare che dal contagio alla malattia possono passare più di 10 anni. Ciò conferma la mancanza di una corretta educazione alla prevenzione e al test: le giovani generazioni in particolare, ma non solo, necessitano di informazioni e formazione adeguate.

Per le caratteristiche proprie del virus HIV, è particolarmente difficile quantificare con precisione il numero di individui affetti da HIV presenti in Italia.

A Bergamo, sono quasi 2.800 le persone con HIV/AIDS note al sistema sanitario (circa 2,5 ogni mille abitanti). Le nuove infezioni si sono attestate attorno alle 100 unità all’anno nell’ultimo quinquennio, la modalità di trasmissione prevalente è quella sessuale (etero e omosessuale).

L'AIDS nel mondo

persone viventi colpite dal virus HIV o malate di AIDS (fine 2015)

Nuove infezioni nel 2015

Persone viventi colpite dal virus HIV o malate di AIDS
nell'Africa sub-sahariana

La situazione dell’epidemia di HIV/AIDS nel mondo ha caratteristiche e proporzioni profondamente diverse nelle varie aree geografiche.

Rispecchiando di fatto una situazione economica molto diversificata tra i Paesi ricchi e Paesi poveri, l’epidemia di HIV è sostanzialmente sotto controllo nei primi, mentre è drammaticamente in espansione nei secondi.

Nei Paesi ricchi, l’epidemia è di fatto arginata attraverso l’applicazione di adeguate azioni preventive; nei Paesi poveri, per una serie di ragioni principalmente economiche e culturali, è invece molto difficile ottenere risultati soddisfacenti sotto questo aspetto.

Analizziamo alcuni dati: la fonte informativa di questi dati è l’UNAIDS che fornisce periodicamente dati aggiornati sulla situazione mondiale.

Dei 38 milioni di persone viventi colpite dal virus HIV o malate di AIDS nel mondo, 26 milioni sono concentrate nell’Africa sub-sahariana, 5 milioni nel sud e sud-est asiatico, 1,7 milioni in America Latina, 2,4 milioni tra Nord America e paesi europei occidentali, nell’Europa dell’est e nell’Asia centrale 1,5 milioni, 220 mila nel nord Africa, 280 mila nella zona caraibica.

Nel corso dell’anno 2014, nel mondo vi sono state 2 milioni di nuove infezioni e circa 1,2 milioni di morti. Le nuove infezioni sono state circa 5.600 al giorno.

Si stima che i bambini con HIV o malati di AIDS nel mondo siano circa 2,6 milioni.

Tutti i dati di questa pagina sono aggiornati al 2015.

Link utili

Ministero della Salute

Conoscere HIV e AIDS, tutte le news e le informazione dal Ministero della Salute italiano

Aiuto AIDS svizzero

L’Aiuto Aids Svizzero raccoglie informazioni in tema di HIV e Aids, le organizza e le mette a disposizione di chi opera nel settore della consulenza e assistenza.

LILA – Lega italiana lotto contro l’AIDS

Associazione senza scopo di lucro nata nel 1987 che agisce sull’intero territorio nazionale attraverso le sue sedi locali

Sieropositivo

L’Associazione nasce con l’obbiettivo di fornire alle persone affette da HIV o AIDS una serie di servizi telematici per combattere la solitudine ed uscire dall’isolamento

Anlaids

Associazione nata in Italia per fermare la diffusione dell’infezione da Hiv. È stata fondata nel 1985 da un gruppo di medici, ricercatori, giornalisti, attivisti e volontari mossi dalla necessità di “fare rete”

ASA

Servizio telefonico d’informazione e attività di solidarietà nei confronti delle persone sieropositive o malate di AIDS al fine di restituire dignità

NPS – Network persone sieropositive

È il primo gruppo in Italia fondato esclusivamente da persone Hiv+, attive nel campo della prevenzione, sensibilizzazione, informazione e supporto psico-sociale per le problematiche legate all’Hiv-Aids, sia in ambito regionale che nazionale

CICA – Coordinamento italiano delle case alloggio per persone con HIV/AIDS

Accoglienza “abitativa” alle persone sieropositive o con AIDS che non dispongono di una casa o di un nucleo di riferimento in grado di sostenerle, anche temporaneamente

SHE – Strong, HIV positive, Empowered women

Il programma SHE mira ad accrescere la capacità decisionale e l’autodeterminazione delle donne con HIV attraverso sessioni di sostegno promosse da altre donne anch’esse con HIV

UNAIDS

Programma dedicato delle Nazioni Unite per la lotta all’AIDS

World Healt organization

Organizzazione mondiale della sanità, agenzia speciale dell’ONU per la salute

Poloinformativo HIV/AIDS

Un sito web, tante storie parallele con un comune denominatore: l’ HIV

HELP AIDS

Motore di informazioni del Servizio sanitario regionale

Siti amici

Cooperativa Crisalide

L’obiettivo principale delle attività della Cooperativa Sociale Crisalide riguarda la prevenzione primaria del disagio giovanile attraverso la promozione delle capacità e delle risorse individuali e collettive.

Il Piccolo Principe

La cooperativa segue i principi e gli orientamenti metodologici di fondo che fanno riferimento alla centralità della persona e della famiglia, intesa come sistema con capacità e risorse da promuovere e sostenere.

Caritas Bergamo

“La Caritas assume una prevalente funzione pedagogica: il suo aspetto spirituale non si misura con cifre e bilanci, ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare la Chiesa locale e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi”